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  • Spannolinamento: Un Passo Importante nella Crescita del Bambino

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    Il passaggio dal pannolino all’uso del vasino segna una tappa fondamentale nello sviluppo di ogni bambino. Lo spannolinamento non è semplicemente un cambio di abitudine, ma rappresenta un percorso di autonomia e consapevolezza, che coinvolge tanto il piccolo quanto tutta la famiglia. Di seguito, esploreremo cosa comporta questo processo, quali segnali indicano la sua maturità e quali strategie adottare per renderlo il più sereno possibile.

    Cos’è lo Spannolinamento?

    Lo spannolinamento è il termine con cui si indica la transizione dal pannolino all’uso autonomo del bagno. Si tratta di un percorso graduale, durante il quale il bambino impara a riconoscere e interpretare le sensazioni legate alla necessità di urinare o defecare, acquisendo la capacità di gestire il proprio corpo. Quest’esperienza rappresenta una tappa fondamentale nel processo di indipendenza e nella costruzione dell’autostima.

    Segnali che il Bambino è Pronto

    Ogni bambino sviluppa i propri ritmi e, mentre alcuni mostrano subito interesse per il vasino, altri potrebbero impiegare più tempo. Tuttavia, alcuni segnali indicativi di una maturità sufficiente per iniziare lo spannolinamento sono:

    Interesse e imitazione: Il bambino osserva e spesso cerca di imitare i comportamenti degli adulti, mostrando curiosità per ciò che accade in bagno. Consapevolezza dei segnali corporei: Se il piccolo inizia a manifestare segnali (ad esempio, si ferma o tira giù i pantaloni) quando ha bisogno di fare pipì o cacca, è un chiaro segnale che ha iniziato a riconoscere le proprie esigenze. Capacità comunicative: Una buona capacità di comunicazione, anche se non verbale, è importante. Può trattarsi di gesti o suoni che indicano al genitore il bisogno di andare in bagno. Desiderio di autonomia: L’interesse a compiere atti “da grande” e la volontà di partecipare attivamente alle proprie cure quotidiane sono ulteriori segnali di prontezza.

    Metodi e Strategie per lo Spannolinamento

    Non esiste un unico metodo valido per tutti: ogni bambino è unico e ciò che funziona per uno potrebbe non essere adatto a un altro. Ecco alcuni approcci utili per affrontare lo spannolinamento in modo positivo:

    Metodo Graduale: Si basa su una transizione lenta e progressiva. Inizia con la familiarizzazione con il vasino, ad esempio lasciando il bambino sedere su di esso per alcuni minuti ogni giorno, fino a quando non impara a riconoscere i segnali del proprio corpo. Rinforzo Positivo: È importante lodare il bambino per ogni piccolo successo, creando un ambiente positivo che rafforzi il comportamento corretto. L’uso di adesivi o piccoli premi può motivarlo ulteriormente senza creare pressioni eccessive. Routine e Coerenza: Stabilire orari regolari per il bagno, come prima e dopo i pasti o al risveglio, aiuta il bambino a creare una routine e a sentire una continuità nel processo. La coerenza delle routine è fondamentale per creare sicurezza. Modellamento: I bambini apprendono molto osservando gli adulti e i coetanei. Far vedere come si usano i servizi igienici (con spiegazioni adeguate all’età) può facilitare l’accettazione del nuovo comportamento. Coinvolgimento Emotivo: Spiegare con calma e semplicità il procedimento e rassicurare il bambino in caso di incidenti o ricadute è essenziale. L’ascolto e il dialogo sono strumenti preziosi per superare eventuali difficoltà emotive.

    Possibili Difficoltà e Come Affrontarle

    Il percorso di spannolinamento, pur essendo un momento di crescita, può a volte presentare delle sfide. È importante ricordare che le ricadute sono comuni e non devono essere motivo di frustrazione. Ecco alcuni consigli utili:

    Gestione degli incidenti: Gli errori fanno parte del processo. Bisogna trattarli con naturalezza, evitando di fare sentire il bambino in colpa. Incoraggiare e celebrare i progressi, anche se piccoli, è essenziale. Adattamento ai cambiamenti: Eventi come l’arrivo di un fratellino, cambiamenti nella routine quotidiana o la transizione alla scuola materna possono influenzare il processo. In questi momenti, mantenere la calma e riprendere la routine abituale può aiutare il bambino a ritrovare la serenità. Supporto emotivo: La pazienza è il segreto per un corretto spannolinamento. I genitori dovrebbero essere pronti a rispondere con affetto e comprensione, rendendo il percorso un’esperienza positiva per il bambino.

    Consigli per i Genitori

    Per rendere il percorso di spannolinamento meno stressante sia per il bambino che per i genitori, ecco alcuni suggerimenti pratici:

    Preparare l’ambiente: Assicurarsi che il vasino o il bagno siano accessibili e confortevoli per il bambino. Una buona illuminazione, strumenti di pulizia a portata di mano e magari un piccolo specchio possono rendere l’esperienza più piacevole. Essere un modello: Coinvolgere il bambino osservando il corretto uso del bagno da parte dei genitori, nel rispetto della privacy e delle necessità di entrambi. Educazione e divertimento: Raccontare storie, leggere libri illustrati o utilizzare giochi educativi legati al bagno può trasformare l’esperienza in un momento ludico e di apprendimento. Stabilire una routine: Creare una routine quotidiana che preveda momenti specifici dedicati al bagno aiuta il bambino a prevedere e partecipare attivamente al processo.

    Conclusioni

    Lo spannolinamento è un momento cruciale che va affrontato con pazienza, costanza e tanto affetto. Ogni bambino ha i suoi tempi, e il successo del percorso dipende in gran parte da un approccio positivo e personalizzato. Utilizzando strategie adeguate e celebrando ogni progresso, i genitori potranno guidare i propri figli in questa importante fase di crescita, trasformando un passaggio naturale in un’esperienza di crescita emotiva e autonoma.

    Inserisci questo articolo nel tuo sito per offrire ai genitori strumenti pratici e riflessioni utili sullo spannolinamento, rendendo più sereno e positivo il passaggio dalla prima infanzia all’autonomia personale.

  • Traumi relazionali: cosa sono e come si curano con la terapia EMDR

    Cosa sono i traumi relazionali

    I traumi relazionali sono ferite emotive che derivano da esperienze interpersonali negative, ripetute o significative, spesso vissute nelle relazioni affettive più importanti, come:

    con i genitori durante l’infanzia (trascuratezza, svalutazione, abbandono emotivo) in relazioni sentimentali tossiche in contesti familiari o sociali abusanti o invalidanti

    A differenza del trauma “grande T” (come un incidente o un lutto improvviso), i traumi relazionali sono spesso subdoli, ripetitivi e silenziosi, ma lasciano profondi segni nella mente e nel corpo.

    Come si manifestano i traumi relazionali

    Difficoltà a fidarsi nelle relazioni Paura dell’intimità o del rifiuto Comportamenti di autosabotaggio emotivo Dipendenza affettiva o evitamento relazionale Ipercontrollo, senso di colpa, vergogna costante Attivazione emotiva sproporzionata a eventi “piccoli”

    Se ti sei mai detto: “Reagisco troppo, ma non riesco a farne a meno”, potresti portare dentro una ferita relazionale non elaborata.

    Cosa succede nel cervello con i traumi relazionali

    Quando una persona vive ripetute esperienze di rifiuto, umiliazione, abbandono o ipercritica, il cervello registra quelle relazioni come “pericolose”, anche se non c’è violenza esplicita.

    Il sistema nervoso rimane in iper-allerta, e ogni nuova relazione può riattivare vecchie memorie emotive non elaborate.

    Come funziona l’EMDR per i traumi relazionali

    L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un metodo psicoterapeutico riconosciuto a livello internazionale, particolarmente efficace per l’elaborazione di traumi.

    Nel caso dei traumi relazionali, l’EMDR aiuta a:

    individuare i ricordi traumatici alla base del disagio attuale ridurre l’attivazione emotiva legata a quei ricordi riparare l’immagine di sé danneggiata da relazioni disfunzionali sviluppare risorse interne (autoprotezione, fiducia, assertività)

    Durante le sedute, il paziente segue stimolazioni bilaterali (movimenti oculari, suoni alternati o tapping) che favoriscono l’elaborazione neurologica del trauma, aiutando il cervello a “digerirlo” e integrarlo.

    Benefici dell’EMDR per chi ha vissuto traumi relazionali

    Diminuzione dell’ansia e dell’iperattivazione Maggiore chiarezza emotiva e regolazione degli impulsi Interruzione di schemi relazionali disfunzionali Aumento dell’autostima e del senso di efficacia personale Capacità di costruire relazioni più sane e paritarie

    L’EMDR non cancella il passato, ma lo rielabora in modo da non condizionare più il presente.

    Conclusione

    I traumi relazionali non si vedono a occhio nudo. Non sempre fanno rumore, ma parlano nel corpo, nei pensieri, nei legami che scegliamo (o evitiamo).

    Curarli non significa dimenticare, ma riprendersi il diritto a relazioni sicure, libere e autentiche.

    Vuoi lavorare sul tuo vissuto relazionale con un approccio EMDR?

    Ricevo a Roma – Monteverde – e online.

  • Cos’è la sindrome da crocerossina

    La sindrome da crocerossina (nota anche come sindrome del salvatore) è una dinamica psicologica in cui una persona sente il bisogno costante di aiutare, salvare o “aggiustare” gli altri, soprattutto in ambito affettivo.

    Chi ne soffre tende ad attrarre partner problematici, emotivamente fragili, instabili o indisponibili… e a trascurare sé stessa pur di essere utile.

    Non si tratta di altruismo sano, ma di una forma di dipendenza emotiva mascherata da bontà.

    I comportamenti tipici della sindrome da crocerossina

    Attrazione per persone da “salvare” (dipendenti, instabili, emotivamente fredde) Giustificazione continua del partner, anche in presenza di maltrattamenti o disinteresse Fatica a dire di no o mettere confini Senso di colpa quando si pensa a sé Paura che, se non ci si rende indispensabili, l’altro se ne andrà Crisi personale se l’altro “non ha più bisogno” Rabbia o svuotamento quando l’aiuto non viene riconosciuto

    Questa sindrome colpisce sia uomini che donne, ma è culturalmente più frequente nel mondo femminile, dove l’identità è spesso legata alla cura.

    Le radici psicologiche della sindrome

    Alla base della sindrome da crocerossina ci sono spesso:

    Bassa autostima: ci si sente utili solo se si è indispensabili per qualcuno Paura dell’abbandono: se non salvo, rischio di essere lasciato/a Esperienze familiari precoci: figli che hanno “accudito” genitori emotivamente fragili o instabili Confusione tra amore e sacrificio: l’amore viene vissuto come cura a senso unico

    Si ama per “guarire l’altro”, con l’illusione che prima o poi sarà lui a scegliere di restare.

    Le conseguenze della sindrome da crocerossina

    Relazioni tossiche o squilibrate Esaurimento emotivo e burnout affettivo Identità annullata o centrata solo sull’altro Ripetizione di schemi relazionali fallimentari Depressione, ansia, senso cronico di inadeguatezza

    Come uscire dalla sindrome da crocerossina

    1. Riconosci lo schema

    Primo passo: notare il bisogno di essere salvatori. Chiediti: “Cosa succede se smetto di aiutare?”

    2. Lavora sull’autostima

    Smetti di basare il tuo valore su ciò che fai per gli altri. Impara a riconoscere i tuoi bisogni e a legittimarli.

    3. Stabilisci confini chiari

    Impara a dire no, a non farti carico dei problemi altrui, a non confondere l’amore con il sacrificio.

    4. Chiedi aiuto professionale

    Un percorso di psicoterapia ti aiuta a riconoscere la tua storia affettiva, a rompere schemi e a costruire relazioni paritarie e sane.

    Conclusione: non devi salvare nessuno per sentirti amata

    La sindrome da crocerossina è un modo antico di amare, che parla di paura, bisogno, ma anche di forza mal indirizzata.

    È possibile trasformare quel bisogno di salvare in un bisogno di incontrarsi davvero, da pari a pari, senza dipendenza, senza sacrificio.

    Senti che ti ritrovi in queste dinamiche? Vuoi lavorare sulla tua autostima e sulle tue relazioni?

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  • Bambini adultizzati: quando i figli diventano troppo presto grandi

    “È così maturo per la sua età.”

    “Non dà mai problemi, è responsabile, silenzioso, si occupa di tutto.”

    Queste frasi sembrano un complimento.

    Ma a volte raccontano una realtà invisibile: quella di bambini adultizzati, costretti a crescere troppo in fretta.

    Chi sono i bambini adultizzati?

    Un bambino adultizzato è un bambino che assume ruoli emotivi, pratici o relazionali che non gli competono per età.

    Accade quando:

    si prende cura di un genitore fragile, depresso o ansioso fa da mediatore nei conflitti familiari si sente responsabile del benessere emotivo di mamma o papà viene caricato di aspettative eccessive non può mai “permettersi” di essere un bambino

    Apparentemente forti, autonomi, silenziosi. In realtà, spesso soli, confusi e privati dell’infanzia.

    Perché accade l’adultizzazione

    L’adultizzazione non è sempre voluta. Spesso accade in contesti dove:

    i genitori sono emotivamente assenti o sopraffatti uno dei due è malato, depresso o dipendente ci sono separazioni conflittuali o abbandoni si affida al figlio il ruolo di “partner emotivo” (parentificazione) la famiglia attraversa traumi, lutti o precarietà costante

    Il bambino, pur di non perdere il legame, si adatta. Diventa bravo, utile, contenitivo.

    Ma il prezzo è alto: non può più esprimere bisogni, rabbia, paura. Non può essere fragile.

    I segnali di un bambino adultizzato

    Eccessiva responsabilità o iperadattamento Ansia da prestazione o paura di sbagliare Difficoltà a chiedere aiuto o mostrarsi vulnerabile Tendenza a prendersi cura degli altri anche da piccolo Comportamenti da “piccolo adulto” (linguaggio, postura, toni) Assenza di gioco spontaneo o leggerezza Forte sensibilità e senso di colpa

    A volte sono i figli “perfetti”. Ma la perfezione è solo una forma di difesa.

    Le conseguenze in età adulta

    Chi è stato adultizzato spesso:

    fatica a costruire relazioni paritarie si sente responsabile della felicità altrui sviluppa dipendenza affettiva o relazioni sbilanciate ha difficoltà a riconoscere e soddisfare i propri bisogni vive un senso cronico di inadeguatezza o vergogna

    Questi adulti diventano spesso grandi caregiver, terapeuti informali, problem solver, ma dentro portano una bambina o un bambino non visti.

    Cosa può fare un genitore?

    Chiediti se tuo figlio si sente libero di “essere piccolo” Rassicuralo che non deve occuparsi di te Permettigli di sbagliare, giocare, esprimersi senza filtri Fai attenzione a frasi come “sei tu l’uomo/donna di casa ora” Cura la tua salute emotiva per non caricarlo del tuo mondo interno Se necessario, cerca supporto psicologico per ridefinire i ruoli familiari

    Conclusione: lascia che resti bambino

    Un figlio ha bisogno di uno spazio in cui non dover salvare nessuno, dove poter piangere, fare errori, essere accolto senza funzioni da svolgere.

    Solo così, un giorno, potrà diventare adulto davvero, non solo nella forma… ma anche nel cuore.

    Vuoi esplorare la tua storia familiare o quella di tuo figlio?

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  • Attaccamento genitori-figli: come influenza le relazioni affettive da adulti

    Ci innamoriamo, litighiamo, ci chiudiamo, ci aggrappiamo.

    Spesso ci chiediamo: “Perché scelgo sempre le persone sbagliate?”

    La risposta, molte volte, si trova molto indietro nel tempo, nella relazione con chi ci ha cresciuto.

    Lo stile di attaccamento che si struttura nei primi anni di vita influenza profondamente il nostro modo di stare in relazione da adulti.

    Cos’è l’attaccamento?

    L’attaccamento è il legame emotivo che si sviluppa tra il bambino e la figura di accudimento (di solito i genitori), a partire dai primi mesi di vita.

    Secondo la teoria dell’attaccamento di Bowlby (e gli studi di Mary Ainsworth), i bambini imparano fin da piccoli se possono fidarsi, se le loro emozioni saranno accolte, e come reagire nei momenti di bisogno.

    Queste risposte costruiscono una “mappa relazionale interna” che viene poi riattivata nelle relazioni adulte, in particolare in quelle intime.

    I principali stili di attaccamento e i loro riflessi nella vita affettiva

    1. Attaccamento sicuro

    Infanzia: genitori presenti, accoglienti, prevedibili. Il bambino si sente visto e amato per ciò che è. Età adulta: relazioni equilibrate, fiducia nell’altro, capacità di chiedere aiuto e di restare anche nei momenti difficili.

    2. Attaccamento ansioso-ambivalente

    Infanzia: cure imprevedibili, genitori a volte presenti, a volte emotivamente distanti. Età adulta: forte bisogno di conferme, paura dell’abbandono, gelosia, idealizzazione del partner e ansia nelle separazioni.

    3. Attaccamento evitante

    Infanzia: genitori distanti, svalutanti, che scoraggiano l’espressione emotiva. Età adulta: difficoltà a esprimere i sentimenti, tendenza a fuggire l’intimità, bisogno di controllo e autonomia esasperata.

    4. Attaccamento disorganizzato

    Infanzia: relazioni caotiche, genitori imprevedibili o spaventanti (traumi, abusi, trascuratezza). Età adulta: relazioni intense e instabili, paura sia della vicinanza che dell’abbandono, comportamenti contraddittori.

    Perché è importante conoscere il proprio stile di attaccamento

    Aiuta a riconoscere i propri schemi relazionali ricorrenti Permette di interrompere cicli disfunzionali (es. cercare sempre partner evitanti) Favorisce un dialogo interno più consapevole: “Questa reazione è mia, non necessariamente dell’altro” Supporta la costruzione di relazioni più sane, mature, e simmetriche

    Conoscere il proprio stile non significa giustificarsi, ma iniziare a trasformare.

    Si può cambiare stile di attaccamento?

    Sì.

    Grazie a relazioni significative, esperienze correttive, psicoterapia, è possibile ristrutturare i propri modelli interni e sviluppare uno stile più sicuro.

    Questo processo si chiama “mentalizzazione” e passa attraverso:

    la consapevolezza delle emozioni la capacità di contenere l’ansia relazionale la costruzione di legami affidabili

    Conclusione: capire il passato per scrivere il futuro

    Ogni storia affettiva che viviamo non parte da zero. Porta con sé tracce, copioni, bisogni antichi.

    Conoscerli non serve a colpevolizzare i genitori, ma a liberarsi da ciò che oggi non ci serve più.

    Vuoi esplorare il tuo stile di attaccamento e migliorare la qualità delle tue relazioni?

    Ricevo in presenza a Roma – Monteverde – o online.

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  • Overthinking: quando pensare troppo diventa un ostacolo

    Ti capita di rimuginare su eventi passati o preoccuparti eccessivamente per il futuro? Sei spesso intrappolato in un flusso incessante di pensieri che ti impedisce di agire o rilassarti? Potresti essere vittima dell’overthinking, un fenomeno sempre più diffuso nella società moderna.

    Cos’è l’overthinking?

    L’overthinking, o “pensare troppo”, è una condizione mentale caratterizzata da un’analisi eccessiva e ripetitiva di situazioni, decisioni o eventi, spesso senza arrivare a una conclusione o soluzione concreta. Questo processo può manifestarsi in due forme principali:

    Ruminazione: ripensare costantemente a eventi passati, focalizzandosi su errori o situazioni spiacevoli. Preoccupazione: anticipare scenari futuri negativi, immaginando possibili problemi o fallimenti.

    Entrambe le forme possono portare a un ciclo di pensieri negativi che interferiscono con il benessere emotivo e la capacità di prendere decisioni.

    Sintomi comuni dell’overthinking

    Le persone che soffrono di overthinking possono sperimentare una serie di sintomi, tra cui:

    Ansia e stress cronico Difficoltà di concentrazione Insonnia o disturbi del sonno Irritabilità e sbalzi d’umore Mal di testa e tensione muscolare Indecisione e procrastinazione

    Questi sintomi possono compromettere la qualità della vita, influenzando negativamente le relazioni personali e le performance lavorative. 

    Cause dell’overthinking

    L’overthinking può derivare da diversi fattori, tra cui:

    Ansia generalizzata: una tendenza a preoccuparsi eccessivamente per vari aspetti della vita. Perfezionismo: la necessità di fare tutto in modo impeccabile, temendo errori o giudizi negativi. Esperienze traumatiche: eventi passati che hanno lasciato un’impronta emotiva profonda, portando a una costante analisi delle situazioni per evitare il ripetersi del trauma. Bassa autostima: la convinzione di non essere all’altezza o di non meritare successo e felicità.

    Comprendere le cause alla base dell’overthinking è fondamentale per affrontarlo efficacemente.

    Strategie per gestire l’overthinking

    Affrontare l’overthinking richiede consapevolezza e l’adozione di strategie mirate:

    Praticare la mindfulness: focalizzarsi sul momento presente, osservando i pensieri senza giudicarli, può aiutare a interrompere il ciclo del rimuginio. Scrivere i pensieri: mettere nero su bianco le preoccupazioni può renderle più gestibili e meno opprimenti. Stabilire limiti di tempo per pensare: dedicare un periodo specifico della giornata alla riflessione può prevenire l’invasione dei pensieri durante il resto del tempo. Affrontare le paure: identificare e confrontarsi con le proprie paure può ridurre l’ansia associata all’overthinking. Cercare supporto professionale: un terapeuta può fornire strumenti e tecniche per gestire l’overthinking in modo efficace.

    Implementare queste strategie può migliorare significativamente la qualità della vita e il benessere mentale.

    Se ti riconosci in questi sintomi e desideri supporto per gestire l’overthinking, considera di consultare un professionista della salute mentale.

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  • Sindrome dello spotlight: quando ti senti sempre sotto giudizio

    Ti capita di pensare che tutti ti stiano guardando?

    Che ogni tua parola, ogni gesto, ogni errore venga notato, giudicato, magari anche deriso?

    Benvenuto nel mondo della “sindrome dello spotlight”, un fenomeno psicologico sempre più diffuso, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.

    Non è una vera “sindrome”, ma una distorsione cognitiva che può condizionare fortemente la vita sociale, scolastica, lavorativa.

    Cos’è la sindrome dello spotlight

    Il termine deriva dalla psicologia sociale e indica la tendenza a sovrastimare quanto gli altri ci osservano e ci giudicano.

    È come se ci fosse un riflettore costante puntato su di noi, anche se in realtà ognuno è preso dai propri pensieri.

    Questo vissuto può generare:

    imbarazzo cronico ipercontrollo di sé difficoltà a parlare in pubblico o esporsi ritiro sociale evitamento di situazioni nuove per paura del giudizio

    Perché è sempre più diffusa oggi

    Viviamo in un’epoca iper-esposta:

    social network, in cui ogni foto, frase o scelta può essere vista da centinaia di persone pressioni estetiche e performative, soprattutto nei giovani confronto costante con modelli irrealistici (bellezza, successo, vita perfetta)

    Tutto questo alimenta la convinzione: “Tutti notano ogni mio errore. Se sbaglio, verrò giudicato o escluso.”

    Non è narcisismo. È ansia.

    Spesso si confonde la sindrome dello spotlight con atteggiamenti egocentrici o vanitosi.

    In realtà, non è il bisogno di essere visti, ma la paura di essere visti male.

    Chi ne soffre ha spesso:

    bassa autostima esperienze infantili di critica o umiliazione tratti di ansia sociale perfezionismo e autocontrollo elevatissimi

    Come si manifesta

    Ripensi per ore a un piccolo errore fatto in pubblico Eviti di esprimerti per paura di dire qualcosa di “sbagliato” Senti che il tuo corpo viene osservato e giudicato (postura, voce, viso…) Vivi relazioni con tensione, anche se l’altro non ti ha detto nulla di negativo Ti senti “fuori posto” quasi ovunque

    Come affrontarla

    1. Metti in discussione il pensiero distorto

    Tutti stanno davvero guardando te?

    Oppure sei tu a guardarti con occhi ipercritici?

    2. Esponiti gradualmente

    Affronta piccole situazioni sociali senza cercare la perfezione. Abituati a tollerare l’imperfezione.

    3. Normalizza l’errore

    Tutti inciampano, tutti si confondono. La differenza è tra chi si paralizza e chi accoglie il proprio umano.

    4. Parla con qualcuno

    Quando la paura di essere visti prende il sopravvento, è importante avere uno spazio sicuro dove sentirsi davvero guardati… ma con empatia.

    5. Lavora sull’autostima di base

    Più ti riconosci un valore interno, meno hai bisogno di conferme (o paure) esterne.

    Non sei sotto i riflettori. Sei dentro uno specchio deformante. E puoi imparare a guardarti con occhi più veri.

    Senti che vivi costantemente sotto esame? Ti aiuto a ritrovare libertà relazionale e sicurezza emotiva.

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  • L’importanza dei confini emotivi nelle relazioni: come riconoscerli, comunicarli e proteggerli

    Ti è mai capitato di sentirti svuotato dopo una conversazione? O di provare disagio quando qualcuno invade il tuo spazio personale o emotivo? Questi segnali possono indicare che i tuoi confini emotivi sono stati oltrepassati.

    I confini emotivi sono fondamentali per mantenere relazioni sane e per proteggere il proprio benessere psicologico.

    Cosa sono i confini emotivi?

    I confini emotivi sono i limiti che stabiliscono quanto ci sentiamo a nostro agio nel condividere informazioni personali, emozioni e tempo con gli altri. Definiscono dove finiamo noi e dove inizia l’altro, permettendoci di mantenere la nostra identità e integrità emotiva.

    Perché sono importanti?

    Protezione del benessere: Stabilire confini chiari aiuta a prevenire lo stress e l’esaurimento emotivo. Autenticità nelle relazioni: Permettono di essere sinceri riguardo ai propri bisogni e desideri. Prevenzione di dinamiche tossiche: Aiutano a evitare relazioni manipolative o codependenti.

    Segnali di confini deboli

    Difficoltà a dire “no” per paura di deludere. Sentirsi responsabili delle emozioni altrui. Condividere troppo o troppo poco di sé. Sentirsi invasi o sfruttati nelle relazioni.

    Come stabilire confini sani

    Consapevolezza di sé: Riconosci i tuoi bisogni, valori e limiti personali. Comunicazione assertiva: Esprimi i tuoi confini in modo chiaro e rispettoso. Coerenza: Mantieni i tuoi confini anche quando è difficile. Gestione delle reazioni altrui: Accetta che gli altri possano non approvare i tuoi confini, ma ricorda che sono essenziali per il tuo benessere.

    Affrontare le violazioni dei confini

    Se qualcuno oltrepassa i tuoi confini:

    Riafferma il tuo limite: Ricorda all’altra persona quali sono i tuoi confini. Stabilisci conseguenze: Se i confini continuano a essere violati, considera le azioni da intraprendere per proteggerti.

    Conclusione

    Stabilire e mantenere confini emotivi è un atto di rispetto verso se stessi e gli altri. È fondamentale per costruire relazioni autentiche e per vivere in armonia con i propri valori e bisogni.

    Se desideri approfondire questo tema o hai bisogno di supporto nel definire i tuoi confini emotivi, considera di consultare un professionista della salute mentale.

  • Quando i figli se ne vanno di casa: affrontare la sindrome del nido vuoto

    Li hai cresciuti con amore, fatica, presenza quotidiana.

    Hai preparato pranzi, calmato pianti, accompagnato sogni.

    Poi un giorno, quasi all’improvviso, fanno la valigia… e vanno.

    È il momento naturale della crescita, lo sapevi. Ma perché dentro ti senti così vuota?

    Benvenuta nella sindrome del nido vuoto, una fase emotiva complessa e profonda, che può generare tristezza, senso di smarrimento e perdita di identità.

    Cos’è la sindrome del nido vuoto

    È una risposta emotiva intensa che può emergere quando i figli escono di casa per andare a vivere da soli, studiare, lavorare o creare la propria famiglia.

    Non è una patologia, ma una fase di transizione che può portare con sé:

    malinconia e nostalgia sensazione di solitudine perdita di ruolo (“chi sono adesso che non devo più accudirli?”) crisi di coppia o difficoltà nella routine quotidiana paura di invecchiare, di essere dimenticati o non più necessari

    È un lutto silenzioso, perché non perdi la persona… ma perdi il modo in cui eri con quella persona.

    Perché colpisce soprattutto le madri

    Per molte donne, la maternità diventa un’identità centrale.

    Quando i figli vanno via, non è solo la casa a svuotarsi: è il senso del quotidiano che cambia radicalmente.

    Se hai rinunciato a parti di te per dedicarti alla famiglia, potresti sentire ora un vuoto identitario profondo.

    Ma è anche un’occasione per riscoprirti come donna, non solo come madre.

    Segnali che stai vivendo la sindrome del nido vuoto

    Sensi di colpa o pensieri ricorrenti (“ho fatto abbastanza?”) Poca motivazione nel quotidiano Disturbi del sonno o cambiamenti dell’umore Crisi nel rapporto di coppia (trovarsi “di nuovo soli” può essere disorientante) Difficoltà a immaginare nuovi progetti Desiderio eccessivo di controllare o trattenere il figlio

    Come affrontarla in modo sano

    1. Dai un nome a ciò che senti

    Non minimizzare. La tristezza è normale. Non sei debole, stai attraversando un cambiamento importante.

    2. Accetta il tempo della transizione

    Ogni fase della vita ha bisogno del suo tempo di assestamento. Non forzare la rinascita: prima viene l’elaborazione.

    3. Riscopri chi sei oltre il ruolo di madre

    Cosa ti piaceva prima? Cosa ti incuriosisce ora? Quali parti di te hai trascurato e vorresti riprendere?

    4. Coltiva il nuovo tipo di legame con tuo figlio

    Non sei più la presenza quotidiana, ma puoi essere una presenza autorevole, affettiva e meno invadente. Cambia il ruolo, non l’amore.

    5. Cura la relazione di coppia (se c’è)

    Il tempo “a due” può diventare uno spazio nuovo da abitare, non solo da temere. Serve dialogo, progettualità, contatto.

    6. Rivolgiti a un professionista, se il vuoto persiste

    Se il dolore si trasforma in depressione o perdita di senso, la psicoterapia può aiutarti a riformulare l’identità e ritrovare direzione.

    Quando il nido si svuota, può essere il momento di tornare a casa… dentro di te.

    Non perdi tuo figlio. Perdi un’abitudine, un ruolo, una quotidianità.

    Ma puoi anche ritrovare un tempo nuovo, più tuo, più libero, più consapevole.

    Stai vivendo questo momento e vuoi ritrovare te stessa?

    Ricevo a Roma – Monteverde – oppure online.

    Scrivimi per un primo colloquio psicologico di accompagnamento

  • Sbalzi d’umore: quando sono normali e quando è il caso di approfondire

    Ti capita di passare dalla tristezza all’entusiasmo nel giro di poche ore?

    Hai giorni in cui ti senti piena di energia e altri in cui non riesci ad alzarti dal letto?

    O magari sei tu a sentirti “troppo sensibile”, ma chi ti sta vicino ti dice: “Hai cambiato umore in un attimo!”

    Gli sbalzi d’umore sono esperienze comuni, ma quando diventano frequenti, intensi o ingestibili, possono interferire con la qualità della vita. E a volte sono un segnale da non sottovalutare.

    Cosa sono gli sbalzi d’umore?

    Gli sbalzi d’umore sono variazioni repentine e marcate dello stato emotivo, che possono passare da uno spettro all’altro: dalla tristezza alla rabbia, dall’euforia al pianto improvviso, dall’indifferenza alla sensibilità estrema.

    Sono diversi dalla normale variabilità emotiva perché:

    sono rapidi e imprevedibili non sempre legati a eventi reali ti lasciano confusa/o o svuotata/o possono creare tensioni nelle relazioni

    Quando sono normali

    Gli sbalzi d’umore possono essere fisiologici in alcuni periodi della vita:

    Cambi ormonali (adolescenza, sindrome premestruale, gravidanza, menopausa) Periodi di forte stress o carico emotivo Fatica cronica o mancanza di sonno Eventi di transizione (lutti, cambiamenti importanti)

    In questi casi, le emozioni fluttuano, ma hanno un senso, e tendono a regolarsi da sole con il tempo o con supporti adeguati.

    Quando è il caso di approfondire

    Gli sbalzi d’umore diventano problematici quando:

    sono frequenti, improvvisi e intensi influenzano la tua vita sociale, lavorativa o familiare si accompagnano a sensi di colpa, impulsività o crisi di rabbia ti senti fuori controllo e non ti riconosci alternano periodi di energia e iperattività a fasi di apatia e tristezza profonda

    In questi casi può trattarsi di:

    Disturbi dell’umore (es. distimia, depressione atipica, disturbo bipolare) Disturbo borderline di personalità ADHD in età adulta (non sempre diagnosticato) Altri disturbi legati alla disregolazione emotiva

    Non è una questione di “dramma” o “sensibilità eccessiva”: è il tuo sistema emotivo che sta cercando un equilibrio.

    Cosa puoi fare se ti riconosci

    1. Traccia il tuo umore

    Tienilo monitorato per 2-3 settimane. Quando cambia? In quali contesti? C’è un ciclo o una regolarità?

    2. Ascolta il corpo

    Gli sbalzi emotivi sono spesso legati a fame, sonno, stanchezza, ormoni. Prenditi cura della base biologica.

    3. Parlane, senza vergogna

    Esprimere ciò che senti con una persona di fiducia o un professionista è il primo passo per ritrovare il tuo centro.

    4. Non autodiagnosticarti, ma non ignorare

    Riconoscere un disagio non significa etichettarsi. Significa darsi il diritto di stare meglio.

    Non sei sbagliata/o. Sei solo più sensibile a qualcosa che merita ascolto.

    A volte gli sbalzi d’umore sono una richiesta di equilibrio che il tuo sistema emotivo ti sta inviando.

    Ascoltarla è il primo gesto d’amore verso di te.

    Vuoi approfondire e capire se il tuo umore ha bisogno di aiuto?

    Ricevo a Roma – Monteverde – o online.

  • Bambini gifted o oppositivi? Come distinguere e come aiutarli davvero

    “È sveglio, ma non collabora.”

    “È brillante, ma fa sempre di testa sua.”

    “Ha un’intelligenza fuori dal comune, ma è costantemente in conflitto con adulti e regole.”

    Molti bambini gifted (ad alto potenziale cognitivo) possono essere scambiati per oppositivi. E viceversa.

    Ma confondere i due profili può portare a interventi educativi inefficaci o addirittura dannosi.

    Chi è un bambino gifted?

    Un bambino gifted ha:

    QI molto alto (solitamente sopra 130) pensiero veloce, creativo, divergente ipersensibilità emotiva o sensoriale una forte spinta all’autonomia e alla giustizia spesso noia scolastica o frustrazione con attività ripetitive

    Non è semplicemente “intelligente”: ha un funzionamento mentale più veloce, complesso e profondo della media.

    Ma proprio per questo può apparire:

    provocatorio testardo eccessivamente sensibile o drammatico disinteressato alle regole “difficile da gestire”

    Chi è un bambino oppositivo-provocatorio (DOP)?

    Il disturbo oppositivo provocatorio (DOP) è una condizione clinica caratterizzata da:

    comportamenti ostili e sfidanti verso adulti e autorità tendenza a litigare, discutere, accusare gli altri rabbia cronica, vendicatività, bassa tolleranza alla frustrazione comportamenti pervasivi e persistenti (non solo a casa o a scuola)

    A differenza del gifted, il bambino oppositivo non risponde alla sfida educativa classica, fatica a riconoscere l’autorità e può presentare comorbidità con ADHD o disturbi della regolazione emotiva.

    A volte, un bambino gifted non riconosciuto può sviluppare comportamenti oppositivi secondari, come difesa da ambienti non stimolanti o svalutanti.

    Cosa può fare un genitore o un insegnante?

    1. Osservare il comportamento nel contesto

    Il bambino si oppone sempre o solo con determinate persone? È oppositivo anche quando si sente riconosciuto?

    2. Valutare il potenziale cognitivo

    Un test psicodiagnostico specifico (es. WISC-V) aiuta a comprendere il profilo intellettivo, emotivo e comportamentale.

    3. Offrire sfide cognitive, non solo regole

    Il bambino gifted ha bisogno di domande, scoperte, libertà di pensiero. Un contesto troppo rigido lo spegne… o lo fa esplodere.

    4. Riconoscere l’emozione prima di correggere il comportamento

    Se c’è opposizione, spesso c’è frustrazione, noia, dolore o rabbia non riconosciuti. Prima si accoglie l’emozione, poi si guida il comportamento.

    5. Cercare un supporto professionale specializzato

    Un profilo comportamentale o cognitivo va letto da professionisti formati sui doppio eccezionalità, giftedness e disturbi del comportamento.

    Dietro ogni comportamento difficile, c’è un messaggio da decifrare. Non sempre è opposizione. A volte è genio incompreso.

    Vuoi capire meglio il funzionamento di tuo figlio?

    Ricevo in presenza a Roma – Monteverde – e online.

    Propongo valutazioni cognitive e consulenze genitoriali personalizzate.

    Scrivimi per un primo incontro

  • Genitori narcisisti: come riconoscerli e proteggersi senza sensi di colpa

    “Mi fa sentire inadeguata anche quando ho successo.”

    “Non è mai contento di me, a meno che non faccia come dice lui.”

    “Ogni conversazione diventa su di lei, anche se sto parlando della mia vita.”

    Se ti rivedi in queste frasi, potresti essere figlia o figlio di un genitore narcisista.

    E no, non stai esagerando. Non è tutto nella tua testa.

    Chi è un genitore narcisista?

    Un genitore narcisista non è solo egocentrico. È una figura che usa i figli per confermare il proprio valore, anziché amarli per quello che sono.

    Ha spesso difficoltà a:

    riconoscere i bisogni emotivi del figlio tollerare l’autonomia e la differenza reggere il successo del figlio se vissuto come “competizione” offrire un amore stabile e non condizionato

    Può apparire brillante, affascinante o addirittura “buono” agli occhi degli altri, ma nel privato è critico, invadente, manipolatorio o emotivamente assente.

    Comportamenti tipici del genitore narcisista

    Critica costante: nulla è mai abbastanza Amore condizionato: sei degno solo se rispondi alle sue aspettative Controllo sottile o totale: fino all’invasione dell’identità Gaslighting: nega la tua realtà, ti fa dubitare di te Invidia o competizione con il figlio: soprattutto se hai successo Vittimismo o colpevolizzazione: ti fa sentire ingrato, anche se hai sofferto

    È un genitore che chiede affetto ma non lo dona davvero, che dice “lo faccio per te” ma lo fa per sé.

    Le ferite lasciate nei figli

    Crescere con un genitore narcisista può lasciare:

    bassa autostima difficoltà a riconoscere e legittimare i propri bisogni senso di colpa cronico difficoltà a mettere confini paura del giudizio e bisogno compulsivo di approvazione relazioni sentimentali sbilanciate o tossiche

    Spesso questi figli diventano adulti che cercano di “guarire” quella relazione attraverso altre relazioni disfunzionali.

    Come proteggersi (senza sentirsi cattivi)

    1. Riconosci la dinamica, senza giustificare

    Non serve una diagnosi ufficiale per dire: “Questo comportamento mi ha ferito”.

    Non stai accusando, stai prendendo coscienza.

    2. Smetti di cercare conferme da chi non sa dartele

    Il genitore narcisista non cambierà perché tu fai meglio. Non puoi “guadagnarti” il suo amore. Ma puoi imparare ad amarti tu.

    3. Impara a dire no, anche senza spiegarti

    Mettere confini non è mancanza di amore: è protezione emotiva.

    Puoi essere figlio/a, senza essere sacrificio vivente.

    4. Cura il senso di colpa

    È normale sentire vergogna o paura. Ma non sei responsabile del disagio emotivo di un genitore che non ha saputo vederti davvero.

    5. Fatti accompagnare

    Un percorso terapeutico può aiutarti a ricostruire la tua identità, a separare il tuo valore da quello che hai ricevuto, e a costruire relazioni sane e nutrienti.

    Non sei sbagliato. Sei cresciuto con chi non sapeva vederti per davvero. Ma ora puoi imparare a vederti tu.

    Ti ritrovi in questa descrizione e vuoi lavorare sulle ferite familiari?

    Ricevo in presenza a Roma – Monteverde – e online.

  • Ansia scolastica: cos’è e come aiutare bambini e adolescenti

    “Mamma mi fa male la pancia, posso restare a casa?”

    “Se prendo un brutto voto, mi sento uno schifo.”

    “Mi blocco davanti al compito, anche se ho studiato.”

    Questi non sono solo capricci o insicurezze passeggere. Potrebbero essere segnali di ansia scolastica, un disagio molto diffuso tra bambini e adolescenti, spesso invisibile agli occhi degli adulti.

    Cos’è l’ansia scolastica

    L’ansia scolastica è una forma di disagio emotivo legata alla scuola, che si manifesta con sintomi fisici, psicologici e comportamentali.

    Non è “paura di studiare”, ma un senso costante di tensione, inadeguatezza o panico rispetto a verifiche, prestazioni, giudizio degli insegnanti o dei compagni.

    Può colpire anche studenti brillanti e motivati.

    Come si manifesta

    I sintomi possono variare, ma spesso includono:

    Somatizzazioni: mal di testa, nausea, mal di pancia prima di andare a scuola Crisi di pianto o ritiro prima di compiti/interrogazioni Disturbi del sonno e dell’appetito nei periodi di verifica Paura irrazionale di sbagliare o essere giudicati Blocco mentale durante le prove, anche se lo studente conosce l’argomento Perfezionismo eccessivo o autosvalutazione continua (“Non sarò mai abbastanza bravo”) Rifiuto scolastico (assenteismo, tentativi di evitare la scuola)

    In adolescenza, può sfociare in attacchi di panico, crisi d’identità e ritiro sociale.

    Da dove nasce? Le cause più comuni

    Pressioni eccessive da parte della famiglia o della scuola Paura del fallimento o del giudizio Stili educativi ipercritici o iperprotettivi Autostima fragile o senso del dovere eccessivo Eventi traumatici (umiliazioni, bocciature, bullismo) Fatica nella regolazione emotiva

    L’ansia scolastica non nasce dal nulla: è spesso la risposta a un ambiente percepito come minaccioso o ipercompetitivo.

    Cosa può fare un genitore

    1. Prendi sul serio il disagio

    Non minimizzare (“è solo ansia, passerà”) né sdrammatizzare (“dai, non è niente”). Ascolta. Valida. Mostrati disponibile.

    2. Separare il valore personale dal rendimento scolastico

    Aiutalo a capire che sbagliare non significa essere un fallimento, e che i voti non definiscono il suo valore.

    3. Aiutalo a spezzare il pensiero “tutto o niente”

    Non esiste solo il 10 o l’insuccesso. Sostieni una visione flessibile del progresso: “Hai fatto progressi, nonostante la fatica”.

    4. Favorisci il recupero emotivo e fisico

    Sonno, pause, tempo per sé: l’ansia si nutre di stanchezza e iperstimolazione. Serve spazio per respirare, non solo per performare.

    5. Allenalo all’autoefficacia, non al perfezionismo

    Più che puntare all’“essere perfetto”, aiutalo a porsi obiettivi realistici e misurabili. “Che obiettivo ti dai oggi, alla tua portata?”

    6. Valuta un supporto psicologico

    Se il disagio persiste o compromette la vita quotidiana, un percorso di psicoterapia può fare la differenza. L’obiettivo non è “fargli andare bene scuola”, ma aiutarlo a sentirsi sicuro nel mondo.

    Quando la scuola diventa fonte di ansia, serve un adulto che sappia guardare oltre il voto.

    Non è la paura del 5. È la paura di non essere all’altezza.

    E un figlio che ha paura, ha bisogno di qualcuno che non lo giudichi, ma lo contenga.

    Ti occupi di tuo figlio con preoccupazione e vorresti un confronto professionale?

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    Scrivimi per un primo colloquio di sostegno alla genitorialità o per adolescenti

  • Adolescenti arrabbiati e chiusi: come non perdere la relazione

    “Non mi parla più.”

    “Risponde male a tutto.”

    “È sempre arrabbiato, anche se non capisco perché.”

    Molti genitori si sentono così, smarriti di fronte a un figlio adolescente che sembra diventato improvvisamente ostile, distante o impenetrabile.

    Ma dietro a quella rabbia e quel silenzio c’è una richiesta di contatto non detta, che può ancora trovare risposta.

    Perché gli adolescenti si chiudono e si arrabbiano?

    L’adolescenza è una fase di trasformazione profonda: il corpo cambia, l’identità si ricostruisce, l’autonomia si conquista.

    Questo processo genera insicurezza, frustrazione, paura di non essere abbastanza, e spesso si manifesta con:

    rabbia reattiva verso i genitori chiusura comunicativa (porte sbattute, silenzi, risposte monosillabiche) comportamenti provocatori (sfide, menzogne, opposizione)

    Non è odio. Non è disamore.

    È confusione emotiva che spesso non sanno nominare, e che si traduce in comportamenti che feriscono… proprio le persone più vicine.

    Cosa NON fare (anche se viene spontaneo)

    Non ridicolizzare la rabbia (“Ma che esagerato che sei”) Non interpretare tutto come sfida personale Non forzare la comunicazione (“Adesso mi dici cosa hai!”) Non vendicarti col silenzio o con la punizione fredda Non invadere lo spazio emotivo senza consenso

    Cosa fare invece per non perdere la relazione

    1. Tieni il filo, anche quando si spezza

    Anche se si chiude, non smettere di esserci. Non è il momento di ritirarti, ma di restare disponibili senza invadenza. L’adolescente ha bisogno di sapere che tu ci sei, comunque.

    2. Parla meno, ascolta di più

    Sospendi i giudizi. Non cercare subito soluzioni. A volte basta un “ti va di parlarmene?” e il silenzio rispettoso che segue.

    3. Riconosci l’emozione, non solo il comportamento

    Dietro il grido c’è un bisogno. Prova a decodificare: “Mi sembri molto frustrato, ti va di raccontarmi cosa è successo?”

    4. Non chiedere confidenza, costruiscila

    La fiducia non si impone, si coltiva. Con pazienza, con piccoli riti condivisi, con la capacità di non reagire a ogni provocazione.

    5. Dai regole ferme ma con affetto

    I confini danno sicurezza, ma vanno comunicati senza rigidità né ricatti. Le regole funzionano quando sono spiegate, condivise e coerenti.

    6. Parla di te, non solo di lui/lei

    Condividere emozioni tue (“Mi preoccupa vederti così”, “Anche io a volte mi sono sentita fuori posto”) apre uno spazio nuovo: quello dell’umano, non solo del genitore.

    7. Accetta che non tutto è gestibile

    A volte un figlio deve attraversare il suo buio. Il compito del genitore non è eliminarlo, ma reggere la luce accesa mentre aspetta che torni.

    Non è troppo tardi. Anche quando non parla, ti sta ascoltando.

    Gli adolescenti appaiono freddi, ma sentono tutto. Hanno bisogno di adulti che non si spaventino del loro caos, che restino saldi mentre loro imparano a costruirsi.

    Vuoi lavorare sul tuo modo di comunicare con tuo figlio?

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  • La sindrome dell’impostore: perché ti senti inadeguata anche quando sei competente

    Hai mai pensato:

    “Prima o poi se ne accorgeranno che non sono davvero all’altezza”?

    Hai ricevuto complimenti, risultati, riconoscimenti… ma dentro senti di non meritarli?

    Questa è la sindrome dell’impostore: una trappola mentale che colpisce molte persone brillanti, soprattutto donne.

    Cos’è la sindrome dell’impostore

    È un fenomeno psicologico in cui, nonostante risultati oggettivi, una persona fatica a riconoscere il proprio valore e vive con la sensazione costante di aver “ingannato tutti”.

    Non è una diagnosi clinica, ma un insieme di pensieri e vissuti che generano insicurezza cronica, ansia da prestazione, paura di fallire.

    Chi ne soffre:

    attribuisce i propri successi al caso o alla fortuna ha paura di esporsi o essere scoperta come “incompetente” si paragona continuamente agli altri, sentendosi inferiore evita nuove sfide per non rischiare il fallimento vive in costante tensione per “mantenere il ruolo”

    Chi colpisce più spesso?

    Donne di talento, soprattutto in contesti competitivi o maschilisti Professionisti e studenti brillanti Persone perfezioniste, con standard altissimi Figli “modello”, cresciuti con l’idea di dover sempre eccellere

    La sindrome non risparmia neppure chi ha successo: più cresci, più può aumentare il timore di essere smascherata.

    Da dove nasce questa sensazione?

    Le origini sono complesse:

    Modelli educativi basati su merito, perfezione e approvazione condizionata Famiglie iperesigenti o iperprotettive Confronti costanti con fratelli, compagni o colleghi Cultura del “non essere mai abbastanza”

    Ma anche esperienze di esclusione, stereotipi di genere o contesti che svalutano le competenze contribuiscono a costruire un’immagine interiore fragile, anche in persone molto capaci.

    Come si manifesta nella vita quotidiana

    Vivi il lavoro con ansia e senso di inadeguatezza Ti blocchi di fronte a incarichi nuovi Hai bisogno costante di approvazione esterna Ti senti “falsa” anche quando sei preparata Sminuisci sempre i tuoi risultati (“non era poi così difficile…”)

    Come affrontarla e uscirne

    Riconosci il meccanismo Non sei sola. Tantissime persone brillanti lo vivono. Dare un nome alla sensazione è il primo passo per disinnescarla. Interrompi il dialogo interiore critico Inizia a notare la tua voce interna. Ti motiva o ti svaluta? Scrivila, mettila in discussione. Concediti l’errore e l’imperfezione Non devi essere infallibile per valere. Le persone competenti sbagliano: la differenza è che imparano. Fai un bilancio oggettivo delle tue competenze Metti per iscritto i tuoi risultati, le sfide superate, i feedback positivi ricevuti. Guarda i fatti, non solo le paure. Parlane Uscire dal silenzio rompe la vergogna. Condividere il vissuto in un percorso terapeutico può fare la differenza.

    Non devi dimostrare niente. Devi solo ricordarti chi sei.

    La sindrome dell’impostore ti convince che non vali.

    La verità è che sei cresciuta senza imparare a riconoscerti. Ma puoi iniziare ora.

    Ti ritrovi in questo vissuto e vuoi lavorare su autostima e identità professionale?

    Ricevo in presenza a Roma – Monteverde – oppure online.

    Scrivimi per un primo colloquio: ilariapavoni.psicologa@gmail.com

  • Educare senza urlare: strategie per genitori consapevoli

    “Non volevo urlare, ma ha tirato troppo la corda.”

    “Mi sento in colpa dopo, ma è l’unico modo per farmi ascoltare.”

    Se ti sei riconosciutə in queste frasi, sappi una cosa: non sei un genitore sbagliato. Sei un genitore stanco.

    Educare senza urlare non significa essere perfetti o zen 24 ore su 24.

    Significa scegliere la relazione al posto del potere, anche quando è difficile.

    Perché urliamo?

    Urliamo perché:

    ci sentiamo ignorati siamo mentalmente sovraccarichi abbiamo modelli educativi interiorizzati (genitori che urlavano) non sappiamo come gestire la frustrazione

    Spesso l’urlo arriva quando non abbiamo più risorse. Ma se diventa uno schema ricorrente, indebolisce il legame di fiducia e genera paura, non rispetto.

    Gli effetti delle urla sui bambini

    Attivano il sistema di allarme: il bambino si chiude o reagisce con rabbia Alimentano senso di colpa, confusione e bassa autostima Insegnano che le emozioni forti vanno scaricate sugli altri Rompono la sicurezza emotiva e la disponibilità all’ascolto

    L’obiettivo dell’educazione non è il controllo immediato, ma la crescita autonoma e sana.

    Strategie pratiche per educare senza urlare

    1. Anticipa, non reagire

    Prevenire è più efficace che esplodere. Se conosci i momenti critici (es. prima di uscire di casa), prepara la scena in anticipo: regole chiare, tempo congruo, contatto visivo.

    2. Scendi alla loro altezza (fisicamente ed emotivamente)

    Guardare negli occhi, usare il nome, abbassare il tono: il bambino si sente visto e riconosciuto. Questo attiva l’ascolto più della voce alta.

    3. Usa il tono fermo, non forte

    Fermo non vuol dire aggressivo. Significa parlare con autorevolezza, non autorità. “Capisco che sei arrabbiato, ma adesso è il momento di fermarci” è più efficace di “Basta! Non se ne può più!”.

    4. Dai il buon esempio nella gestione delle emozioni

    I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa dici. Mostra come si gestisce la rabbia senza aggredire: respira, prenditi una pausa, verbalizza il tuo stato (“Adesso sono stanco, mi fermo un momento e poi ne parliamo”).

    5. Riconosci il bisogno dietro il comportamento

    Dietro il “capriccio” c’è un bisogno: attenzione, autonomia, conforto, contatto. Se rispondi al bisogno, il comportamento spesso si estingue.

    6. Crea rituali e routine

    Routine prevedibili riducono l’ansia e la necessità di “testare i limiti”. I bambini si regolano meglio quando il contesto è stabile.

    7. Ripara dopo uno scatto

    Se hai urlato, chiedi scusa. Non ti sminuisci, anzi: insegni che gli errori si riparano, che si può sbagliare senza perdere valore.

    Educare senza urlare è un percorso, non una regola fissa

    Non riuscirai sempre a mantenere la calma. Ma ogni volta che scegli di fermarti invece di esplodere, stai costruendo qualcosa.

    Stai insegnando a tuo figlio che si può amare con forza ma senza paura.

    Vuoi lavorare su una genitorialità più consapevole e serena?

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  • Ghosting e silenzio comunicativo: come affrontarli senza distruggersi

    Un messaggio letto, nessuna risposta.

    Un silenzio che si allunga, un legame che si dissolve nell’assenza.

    Ti ritrovi a controllare lo smartphone, a rileggere le conversazioni, a chiederti “Cosa ho sbagliato?”

    Benvenuta nel mondo del ghosting, una forma moderna di abbandono silenzioso, tanto diffusa quanto dolorosa.

    Cos’è il ghosting

    Il ghosting è l’interruzione improvvisa e totale di ogni comunicazione da parte di una persona, senza alcuna spiegazione.

    Sparisce. Non risponde più. Ti blocca o semplicemente smette di essere presente.

    Può accadere all’inizio di una relazione o anche dopo mesi (o anni) di frequentazione.

    E non riguarda solo le relazioni romantiche: può succedere con amici, colleghi, persino familiari.

    Perché fa così male?

    Il ghosting è un lutto senza corpo.

    Non hai risposte, né chiusura. Rimani in sospeso, a cercare segnali e colpe. Questo attiva:

    dolore da rifiuto (che il cervello elabora come un dolore fisico) autoaccuse (“sono troppo, sono sbagliata, non valgo abbastanza”) iperanalisi compulsiva (“forse se avessi detto… se non avessi fatto…”) attivazione del sistema di attaccamento, come nei bambini trascurati

    Non sapere perché vieni ignorata è una ferita narcisistica profonda: l’altro ha deciso che non meriti nemmeno una spiegazione.

    Perché le persone ghostano?

    Chi pratica ghosting non è necessariamente malvagio, ma emotivamente evitante o immaturo. Alcune motivazioni possono essere:

    Paura del confronto Incapacità di gestire il senso di colpa Disconnessione emotiva Narcisismo relazionale Codardia: preferire la fuga al dialogo

    Ma una cosa è certa: il silenzio non è mai colpa tua. È una responsabilità del ghoster.

    Il silenzio comunicativo in relazioni già esistenti

    Non sempre l’assenza è definitiva. In molte relazioni stabili, si verificano forme di silenzio manipolatorio:

    Punizione tramite il silenzio: ti ignora per “farti sentire in colpa” Evita i conflitti smettendo di parlarti Ti isola emotivamente ma resta presente fisicamente

    Queste dinamiche sono forme sottili di comunicazione passivo-aggressiva o abuso psicologico.

    Come affrontare il ghosting o il silenzio relazionale

    Non cercare risposte in chi ha scelto il silenzio Se qualcuno ti ha ignorato, spiegartelo non è la sua priorità. Non continuare a cercare conferme dove c’è solo assenza. Riconosci il dolore legittimo Anche se “non stavate insieme da tanto”, anche se “dovevi aspettartelo”: fa male. Concediti il tempo del lutto. Smetti di colpevolizzarti Il ghosting parla più della fragilità emotiva dell’altro che di un tuo errore. Riprendi contatto con te stessa Scrivi, parla, respira. Ritorna nel corpo, negli amici veri, nei gesti quotidiani. Il silenzio dell’altro non deve diventare anche il tuo. Fissa uno spartiacque Bloccare, eliminare o prendere le distanze non è vendetta: è cura di sé. Se il dolore persiste, chiedi supporto Il ghosting può riattivare traumi antichi di abbandono. La psicoterapia può aiutarti a rimettere ordine, a separare il presente dal passato.

    Un’assenza può essere una forma di violenza. Ma tu puoi scegliere di esserci per te.

    Meriti un legame fatto di presenza, chiarezza e reciprocità.

    Non devi mendicare parole: meriti voce, verità e rispetto.

    Vuoi elaborare una ferita relazionale in un luogo sicuro?

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  • Dipendenza affettiva: quando l’amore fa male

    C’è un amore che soffoca, che consuma, che lascia svuotati.

    È quello in cui ti annulli per paura di essere abbandonata, in cui l’altro diventa tutto e tu quasi sparisci.

    Questo non è amore. È dipendenza affettiva.

    Cos’è la dipendenza affettiva

    La dipendenza affettiva è una condizione psicologica in cui il legame con l’altro non nasce da un incontro tra due persone libere, ma da un bisogno compulsivo di essere amata, accettata, scelta a ogni costo.

    Non si tratta solo di “amare troppo”, ma di non riuscire a stare bene senza l’altro, anche se la relazione è tossica, umiliante o distruttiva.

    Come riconoscerla

    Hai paura costante di essere lasciata, anche senza motivo reale Metti sempre i bisogni dell’altro prima dei tuoi Ti senti insicura se non ricevi attenzioni o conferme Giustifichi comportamenti sbagliati pur di non perdere il partner Sopporti mancanza di rispetto, tradimenti, disinteresse Dopo ogni rottura ti senti svuotata, disperata, senza identità

    Spesso chi vive una dipendenza affettiva è convinta di amare profondamente.

    Ma in realtà sta cercando di colmare un vuoto antico con la presenza dell’altro, al prezzo di sé stessa.

    Da dove nasce la dipendenza affettiva

    Le radici affondano spesso nell’infanzia:

    Genitori distanti o emotivamente imprevedibili Esperienze di abbandono, trascuratezza o svalutazione Legami affettivi condizionati (“ti voglio bene se ti comporti bene”)

    Il messaggio interiore che si sviluppa è:

    “Se non ti sforzi di essere perfetta per l’altro, verrai lasciata.”

    Nel tempo, questo diventa un copione affettivo: ti scegli partner che ti fanno sentire “a casa”… ma quella casa è fatta di insicurezza, instabilità e bisogno.

    Perché è difficile uscirne

    Come ogni dipendenza, anche quella affettiva dà l’illusione di sicurezza.

    Meglio un amore che fa male che la solitudine. Meglio l’umiliazione che il vuoto.

    Ma questo legame non è nutriente: è una catena travestita da bisogno d’amore.

    Come si guarisce

    Uscire dalla dipendenza affettiva è possibile. Serve tempo, pazienza e spesso l’aiuto di un professionista. I passi fondamentali sono:

    Riconoscere il problema, senza colpevolizzarti Interrompere il ciclo di idealizzazione-svalutazione Riscoprire il tuo valore personale al di fuori della relazione Lavorare sulle ferite d’attaccamento e sulla storia emotiva Imparare a stare sola, ma non sentirsi sola Sviluppare confini sani e una nuova modalità di relazione

    L’amore non chiede che tu sparisca

    Meriti un amore che ti faccia sentire viva, libera, al sicuro, non prigioniera.

    La dipendenza affettiva non è una condanna, ma un invito a guarire le parti più ferite di te.

    Ti riconosci in queste parole?

    Posso aiutarti a riscrivere il tuo modo di amare, partendo da te.

    Ricevo a Roma (zona Monteverde) e online.

  • Disturbi alimentari: non si tratta di cibo, ma di dolore

    Quando si parla di disturbi alimentari, spesso l’attenzione si concentra sul peso, sulle calorie o sul corpo.

    Ma il problema non è mai davvero il cibo: è solo il sintomo visibile di un dolore più profondo, di una fatica a esistere, di una lotta invisibile con il controllo, l’identità, il valore personale.

    Cosa sono i disturbi del comportamento alimentare (DCA)

    I disturbi alimentari sono condizioni psicologiche complesse che coinvolgono il rapporto con il cibo, il corpo e l’autostima.

    Non si limitano a una “dieta estrema” o a una “fase”, ma possono compromettere seriamente la salute fisica e mentale.

    I principali DCA riconosciuti sono:

    Anoressia nervosa: rifiuto del cibo e perdita di peso estrema, accompagnati da un’immagine corporea distorta e da un intenso bisogno di controllo. Bulimia nervosa: abbuffate seguite da condotte compensatorie (vomito autoindotto, digiuno, esercizio fisico estremo). Disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating): abbuffate ricorrenti senza condotte compensatorie, con forti sensi di colpa e vergogna. Altri disturbi specifici o atipici, spesso meno noti ma altrettanto gravi.

    Chi ne soffre?

    I DCA colpiscono persone di ogni età, genere e peso. Anche chi “non sembra malato” può vivere una profonda sofferenza legata al corpo e al cibo.

    Possono iniziare durante l’adolescenza, ma anche in età adulta, e sono spesso connessi a traumi, perfezionismo, emozioni non espresse, contesti familiari disfunzionali o pressione sociale.

    Non è una questione di volontà

    Dire a chi soffre “mangia di più” o “smetti di abbuffarti” è come dire a qualcuno con il respiro bloccato: “respira”.

    Il comportamento alimentare è il linguaggio con cui una parte della persona chiede aiuto, esprime un disagio, o cerca disperatamente di avere un controllo su qualcosa.

    Colpevolizzarsi o essere giudicati peggiora il disturbo.

    Segnali da non ignorare

    Ossessioni legate al cibo, al peso o al corpo Diete sempre più restrittive Episodi segreti di abbuffate Uso di lassativi o vomito autoindotto Isolamento sociale durante i pasti Umore depresso, ansia, bassa autostima Sbalzi di peso, amenorrea, stanchezza cronica

    I disturbi alimentari non sono sempre visibili. Anche un peso nella norma può nascondere una sofferenza grave.

    Come si cura un disturbo alimentare

    Il trattamento più efficace è multidisciplinare:

    Psicoterapia individuale, meglio se con terapeuti esperti in DCA Supporto nutrizionale, per ristabilire un rapporto sano con il cibo Coinvolgimento della famiglia, soprattutto negli adolescenti Monitoraggio medico, per le possibili complicanze fisiche

    Nessuno guarisce con una formula magica, ma è possibile ricostruire un rapporto nuovo con il corpo e con se stessi.

    Quando chiedere aiuto?

    Il prima possibile.

    Spesso chi soffre aspetta troppo, sperando di “farcela da solo” o di “non meritare attenzione”.

    Ma ogni giorno trascorso nella lotta è un giorno in cui il disturbo prende spazio. E ogni giorno può essere il primo passo per iniziare a guarire.

    Vuoi parlarne in uno spazio riservato e senza giudizio?

    Ricevo in presenza a Roma (Monteverde) oppure online.

  • Bassa autostima: quando ti critichi troppo e ti senti “sbagliat*”

    Ti capita di pensare “non sono abbastanza”?

    Hai la sensazione che gli altri siano sempre un passo avanti a te, più brillanti, più capaci, più degni?

    Forse non si tratta di realtà, ma di uno sguardo su di te deformato dalla bassa autostima.

    Cos’è l’autostima (e cosa non è)

    L’autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi. Non è arroganza, non è sicurezza “a tutti i costi”, né pensare di essere migliori degli altri.

    Una buona autostima è la capacità di riconoscere il proprio valore anche nelle difficoltà, accettare di avere limiti senza sentirsi sbagliati, e trattarsi con rispetto anche quando si commettono errori.

    Al contrario, una bassa autostima si manifesta con:

    critiche interiori costanti (“non valgo nulla”, “non combinerò mai niente”) paura del giudizio e del confronto bisogno eccessivo di approvazione difficoltà a dire di no o a mettere confini tendenza a minimizzare i propri successi e ad ingigantire gli errori

    Da dove nasce la bassa autostima

    Le radici dell’autostima si formano nell’infanzia e si rinforzano nel tempo. Alcune cause comuni includono:

    Esperienze di svalutazione (genitori ipercritici, insegnanti severi, bullismo) Messaggi impliciti (“se non sei perfetto, non sei amabile”) Traumi relazionali o abbandoni Stili di attaccamento insicuro, che portano a interiorizzare l’idea di non essere “abbastanza”

    Ma anche l’ambiente culturale gioca un ruolo: viviamo in un mondo che premia la performance, il successo e l’immagine. Chi è più sensibile può crescere con l’idea di non essere mai all’altezza.

    Come si manifesta nella vita quotidiana

    Relazioni: tendi a scegliere partner svalutanti o a farti piccola per paura di perdere l’altro Lavoro: sottovaluti le tue competenze, temi di essere “scoperta” come incompetente (sindrome dell’impostore) Scelte di vita: rinunci prima ancora di provare, ti auto-saboti, resti in comfort zone per paura del fallimento Corpo: hai un rapporto difficile con la tua immagine, cerchi conferme continue

    Come iniziare a ricostruire l’autostima

    La buona notizia è che l’autostima si può allenare, anche se per anni hai creduto il contrario. Ecco da dove partire:

    Riconosci il dialogo interiore: presta attenzione a come ti parli. È più simile a un nemico o a un alleato? Metti in discussione le credenze disfunzionali: chi ha detto che devi essere perfetta per valere? Allenati all’autocompassione: non è debolezza, ma un modo sano di motivarsi Espandi il senso di identità: non sei solo ciò che fai o ciò che pensano gli altri Cerca esperienze nuove che confermino il tuo valore: piccole sfide, piccoli passi Chiedi aiuto professionale: un percorso psicoterapeutico può aiutarti a riconnetterti con il tuo valore autentico

    Il primo passo è smettere di credere che sia colpa tua

    Molte persone con bassa autostima si danno la colpa… per avere la bassa autostima. È un paradosso doloroso.

    Non sei nata insicura: hai imparato a vederti con occhi duri. Ma puoi imparare a guardarti di nuovo, con più verità e meno giudizio.

    Vuoi lavorare sulla tua autostima in uno spazio sicuro e protetto?

    Ricevo in presenza a Roma – Monteverde – oppure online.

    Scrivimi per un primo colloquio conoscitivo: ilariapavoni.psicologa@gmail.com

  • Depressione: come capire se è solo un momento no o qualcosa di più

    “Sto solo attraversando un periodo difficile?”

    È una delle domande più comuni che le persone si pongono prima di chiedere aiuto. La depressione non sempre arriva in modo evidente: spesso si insinua lentamente, fino a togliere colore alla quotidianità.

    Cos’è davvero la depressione?

    La depressione è un disturbo dell’umore che va ben oltre la tristezza. È un insieme di sintomi che coinvolgono corpo, mente ed emozioni: un senso costante di vuoto, perdita di interesse per le attività quotidiane, stanchezza cronica, alterazioni del sonno e dell’appetito, difficoltà di concentrazione, sensi di colpa e, nei casi più gravi, pensieri di morte.

    Non è pigrizia, non è debolezza, e soprattutto non è qualcosa da “superare con la forza di volontà”.

    Quando la tristezza diventa un campanello d’allarme

    È normale sentirsi giù per un po’ dopo un evento stressante o un periodo difficile. Tuttavia, quando la tristezza diventa costante, quando anche le cose belle non fanno più effetto, quando ti senti svuotatə anche dopo il riposo o non riesci più a trovare senso in ciò che prima amavi, potresti essere di fronte a una depressione.

    La differenza principale sta nella durata, nell’intensità e nell’impatto sul funzionamento quotidiano. Se i sintomi persistono per più di due settimane e ti impediscono di vivere come vorresti, è importante parlarne.

    Segnali da non ignorare

    Sensazione di vuoto o disperazione che non passa Perdita di piacere per attività prima significative Irritabilità o apatia Difficoltà a concentrarsi o prendere decisioni Insonnia o, al contrario, sonno eccessivo Senso di colpa o inutilità Tendenza all’isolamento Pensieri ricorrenti legati alla morte, anche solo come desiderio di sparire

    Non tutti sperimentano tutti questi sintomi, ma quando iniziano a sommarsi e a impattare sulla vita, è fondamentale non restare in silenzio.

    Da dove nasce la depressione?

    La depressione ha spesso origini multifattoriali: ci possono essere componenti biologiche (come squilibri nei neurotrasmettitori), psicologiche (eventi traumatici, lutti, stress prolungato) e sociali (isolamento, precarietà, mancanza di reti di supporto).

    In altre parole: non è colpa tua. Ma puoi scegliere di affrontarla.

    Come si cura?

    La buona notizia è che la depressione si cura. Le evidenze scientifiche mostrano che la forma più efficace di trattamento è un approccio integrato:

    Psicoterapia (come quella cognitivo-interpersonale, EMDR, ACT o sistemico-relazionale) Farmaci antidepressivi, dove necessari, prescritti da uno psichiatra Attività fisica regolare, esposizione alla luce naturale, alimentazione equilibrata Reti di supporto, amici, gruppi, contatti significativi

    Quando chiedere aiuto?

    Il momento giusto è adesso. Non è necessario “toccare il fondo” per meritare attenzione. Anzi: prima si interviene, più semplice è tornare a respirare.

    Parlarne con un professionista non significa essere deboli. Significa avere il coraggio di voler stare meglio.

    Hai bisogno di uno spazio sicuro per parlarne?

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  • Troppo sensibile al giudizio degli altri? Riconoscere e trasformare questa fatica invisibile

    Ci sono persone che vivono ogni interazione con una tensione sottile, come se fossero costantemente osservate, valutate, pesate.

    Anche un silenzio, uno sguardo, un commento neutro possono diventare motivo di dubbio, vergogna o autocritica. Se ti succede spesso di chiederti “Cosa penseranno di me?”, potresti avere una sensibilità al giudizio elevata.

    Cos’è la sensibilità al giudizio?

    È la tendenza a percepire gli altri come fonti costanti di valutazione.

    Non è semplice timidezza. È una modalità profonda di relazionarsi al mondo, spesso invisibile dall’esterno ma logorante dentro.

    Può manifestarsi così:

    Cerchi di prevedere o controllare cosa gli altri penseranno o diranno Hai paura di deludere, disturbare, sembrare inadeguatə Dopo una conversazione, ripassi mentalmente ogni parola Eviti situazioni nuove per timore del rifiuto o dell’imbarazzo Ti adatti troppo per essere accettato/a, perdendo spontaneità

    Da dove nasce questa ipersensibilità?

    Spesso ha radici precoci, nell’esperienza di essere cresciutə in contesti dove il giudizio era esplicito o implicito:

    Genitori molto critici o perfezionisti Ambiente scolastico competitivo Esperienze di esclusione, umiliazione o vergogna Attaccamento insicuro o relazioni affettive invalidanti

    Col tempo, queste esperienze formano un “filtro interiore”: anche in assenza di giudizio reale, lo anticipiamo, lo temiamo, lo vediamo ovunque.

    Cosa comporta nella vita quotidiana

    Chi è molto sensibile al giudizio può:

    Rinunciare a parlare in pubblico, candidarsi a un lavoro, esprimere un’opinione Modificare sé stessə per piacere agli altri Sperimentare ansia sociale, blocchi relazionali, senso di colpa o autosvalutazione Percepire le relazioni come “luoghi di esame” più che di scambio autentico

    Come uscirne: non eliminare, ma trasformare

    L’obiettivo non è diventare “immuni” al giudizio (nessuno lo è), ma ridimensionarne il potere.

    In psicoterapia si lavora per:

    Ricostruire la fiducia nel proprio valore indipendente dal consenso Riconoscere e sciogliere gli schemi interiorizzati di autosvalutazione Imparare a stare nel mondo con maggiore autenticità e autocompassione

    Una nuova direzione: da specchio a sguardo interno

    Quando smettiamo di vivere nello specchio degli altri, iniziamo a guardarci da dentro.

    Essere sensibili non è un difetto. Diventa un limite solo quando si trasforma in dipendenza da approvazione.

    Se senti che il timore del giudizio ti condiziona, sappi che si può lavorare per ritrovare libertà e presenza.

    Anche partendo da piccoli atti di coraggio, come essere se stessə, un po’ di più, ogni giorno.

    Ricevo a Roma – Monteverde, o online.

    Contattami se desideri affrontare insieme questo tema.

  • Quando l’ansia prende spazio: come riconoscerla e affrontarla

    L’ansia è una compagna silenziosa ma presente per molte persone. A volte si presenta con un nodo alla gola, un senso di oppressione al petto, il battito che accelera. Altre volte è più sottile: una tensione costante, il bisogno di avere tutto sotto controllo, la paura che qualcosa vada storto anche quando tutto sembra andare bene.

    L’ansia non è il nemico. È un sistema di allarme interno che ci prepara ad affrontare pericoli reali o percepiti. Ma quando diventa eccessiva, cronica, oppure compare senza un motivo chiaro, può iniziare a limitare la libertà e la qualità della vita.

    Come si manifesta l’ansia?

    I segnali dell’ansia possono essere diversi da persona a persona, ma spesso comprendono:

    Tachicardia, respiro corto, senso di costrizione Pensieri ripetitivi, anticipatori o catastrofici Difficoltà a rilassarsi o dormire Evitamento di situazioni o luoghi percepiti come “rischiosi” Irritabilità, stanchezza mentale, senso di confusione

    L’ansia può essere generalizzata, legata a fobie specifiche, a eventi traumatici del passato, a una fase di cambiamento, oppure può emergere senza un apparente motivo.

    Perché succede?

    A volte l’ansia nasce da un evento preciso, altre volte da un accumulo silenzioso di pressioni, aspettative, auto-giudizi e fatica emotiva. Spesso ha radici profonde: nella storia personale, nella relazione con le emozioni, nei modelli appresi da piccoli.

    L’ansia può anche essere una risposta inconscia a un bisogno negato: bisogno di sicurezza, di rallentare, di essere ascoltati, di dare un nuovo significato alla propria esperienza.

    Si può uscire dall’ansia?

    Sì. Ma non si “combatte” come un nemico: si ascolta, si comprende e si rielabora.

    In un percorso psicologico, si impara a:

    Riconoscere i propri schemi di pensiero ansioso Imparare tecniche di regolazione emotiva e respiratoria Esplorare la storia personale dell’ansia, per darle senso Costruire risposte nuove, più sane, più libere

    Il coraggio di chiedere aiuto

    Spesso chi vive con l’ansia si convince di dover “tenere duro” o “fare da solo”. Ma affrontare l’ansia non è un segno di debolezza: è un atto di consapevolezza. È scegliere di non vivere più nella costante allerta, ma di tornare presenti a sé stessi e al proprio corpo, con delicatezza e rispetto.

    Se ti riconosci in queste parole, sappi che puoi stare meglio. Il primo passo è smettere di ignorare ciò che il tuo corpo e la tua mente stanno cercando di dirti.

    Ricevo a Roma – Monteverde, oppure online.

    Contattami se desideri iniziare un percorso o semplicemente ricevere ascolto.

  • Adolescenza: una nuova distanza, un nuovo incontro

    Capire e sostenere il rapporto genitori-figli nell’età del cambiamento

    L’adolescenza: una fase, non una frattura

    “Non mi ascolta più”, “È sempre arrabbiato”, “Sento che lo sto perdendo”.

    Sono frasi che molti genitori pronunciano quando il proprio figlio entra nell’adolescenza. Ma dietro il conflitto apparente, spesso si nasconde un profondo bisogno di rinegoziare la relazione.

    L’adolescenza non è solo una fase di ribellione: è un processo fisiologico e necessario, in cui il ragazzo o la ragazza cerca di separarsi simbolicamente dai genitori per scoprire chi è, cosa pensa e cosa prova.

    Cosa accade nel cervello e nell’identità dell’adolescente?

    Aumenta la reattività emotiva e la sensibilità al giudizio sociale Si attivano nuovi circuiti cerebrali legati al rischio e alla ricerca di stimoli Si sviluppa il pensiero astratto, critico, ma anche l’auto-osservazione ansiosa Si formano i primi legami affettivi intensi, le amicizie intime, le crisi esistenziali

    Questi cambiamenti possono portare a sbalzi d’umore, chiusura, opposizione, ritiro o aggressività. Ma non sono “patologie”: sono segnali di crescita.

    Il ruolo dei genitori: da guide a punti di riferimento

    L’errore più comune è reagire solo con il controllo o con la chiusura. Invece, l’obiettivo è diventare una presenza autorevole, non autoritaria. I genitori non devono sparire, ma trasformare il modo in cui stanno nella relazione.

    Strumenti utili:

    Ascolto attivo: accogliere le emozioni senza giudizio, anche quelle scomode Confini chiari: mantenere regole sensate, spiegandone il senso Empatia: ricordare com’era essere adolescenti, senza proiettare le proprie paure Coerenza tra genitori: evitare ambiguità e triangolazioni Dialogo costante: anche se respinto, il tentativo va mantenuto

    Quando è utile il supporto psicologico?

    La consulenza psicologica può aiutare:

    Genitori in difficoltà nel gestire i conflitti o nel comunicare con il figlio Adolescenti che manifestano disagio (ansia, chiusura, autostima bassa, ritiro sociale, autolesività, uso problematico dei social) Famiglie che vivono transizioni complesse (separazioni, lutti, cambiamenti scolastici)

    Un percorso psicologico può sbloccare la comunicazione, creare un clima più sicuro, e aiutare ogni membro della famiglia a ritrovare il proprio spazio emotivo.

    Psicologa per adolescenti e famiglie a Roma – Monteverde / Trastevere / Online

    Lavoro da anni con adolescenti e famiglie, in presenza e online. Offro:

    Colloqui individuali con ragazzi/e Sostegno alla genitorialità Incontri familiari per migliorare la comunicazione

    Vuoi ricostruire il dialogo con tuo figlio?

    Contattami per un primo colloquio. A volte, un piccolo spazio di ascolto può riaprire ponti che sembravano crollati.

  • Terapia di coppia: ritrovare connessione e comprensione

    Quando e perché può salvare una relazione

    Cos’è la terapia di coppia?

    La terapia di coppia è un percorso psicologico condotto da uno psicoterapeuta esperto nelle dinamiche relazionali. È uno spazio sicuro e neutrale in cui la coppia può esplorare difficoltà, incomprensioni e conflitti, con l’obiettivo di migliorare la comunicazione e ritrovare una connessione emotiva.

    Non serve “essere sull’orlo della rottura” per iniziare: la terapia può aiutare anche a prevenire una crisi o a gestire momenti delicati come convivenza, nascita di un figlio, tradimenti, o semplicemente fasi di distanza emotiva.

    Quando è utile la terapia di coppia?

    Sintomi relazionali frequenti:

    Litigi continui o evitamento del confronto Calo del desiderio e intimità compromessa Difficoltà nella gestione di gelosia e fiducia Comunicazione inefficace o ostile Sensazione di “vivere da coinquilini” Crisi legate a eventi esterni (lutti, malattie, problemi lavorativi) Difficoltà a separarsi in modo sano

    La terapia non è un “tribunale” per stabilire chi ha ragione, ma un luogo in cui entrambe le persone vengono ascoltate e aiutate a comprendere i bisogni profondi che stanno dietro ai conflitti.

    Come funziona la terapia di coppia?

    Con l’aiuto del terapeuta, la coppia può:

    Ricostruire il dialogo emotivo Riconoscere i pattern relazionali disfunzionali Imparare a comunicare in modo assertivo e non accusatorio Esplorare le ferite affettive che influenzano la relazione Trovare nuove modalità di vicinanza e rispetto reciproco

    L’approccio psicologico: la coppia come sistema

    In terapia si lavora sulla relazione, non sui singoli partner. L’attenzione è centrata su come i comportamenti di uno influenzano e sono influenzati da quelli dell’altro, all’interno di un sistema interattivo.

    Con un approccio cognitivo-interpersonale, ad esempio, si esplorano le modalità apprese nelle relazioni primarie e come esse si riattivano nel legame di coppia, generando aspettative, paure e bisogni spesso inconsapevoli.

    I benefici della terapia di coppia

    Cosa si può ottenere:

    Maggiore consapevolezza reciproca Riduzione dei conflitti Riscoperta dell’intimità Rafforzamento dell’alleanza di coppia Miglioramento della genitorialità condivisa Eventuale separazione consapevole e rispettosa, se necessario

    Terapia di coppia a Roma – Monteverde | Trastevere | Online

    Ricevo coppie in presenza presso il mio studio a Roma (zona Monteverde – Trastevere) oppure online, con la stessa efficacia e riservatezza.

    Ogni percorso è personalizzato e viene costruito in base alla storia unica della coppia e agli obiettivi concordati insieme.

    Vuoi fare il primo passo?

    Contattami per un primo colloquio conoscitivo. Ritrovare la strada della comprensione è possibile, con l’aiuto giusto.

  • EMDR: Quando il trauma si scioglie e la mente riparte

    Ogni persona, nel corso della vita, può vivere esperienze che lasciano un segno profondo: lutti, incidenti, malattie, umiliazioni, trascuratezze emotive, relazioni tossiche, separazioni improvvise. A volte, questi eventi si depositano dentro di noi come frammenti congelati, difficili da elaborare con il solo pensiero razionale.

    L’EMDR nasce per questo: aiutare la mente a rimettere in moto il suo naturale processo di autoguarigione.

    Cos’è l’EMDR?

    L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un metodo psicoterapeutico validato scientificamente, utilizzato per il trattamento di traumi e ricordi emotivamente disturbanti. Si basa sull’idea che il nostro cervello, se stimolato in modo bilaterale (attraverso movimenti oculari, suoni alternati o tocchi), può elaborare e rielaborare memorie dolorose bloccate, trasformandole in ricordi integrati e meno disturbanti.

    In quali casi viene utilizzato?

    L’EMDR è efficace nel trattamento di:

    Eventi traumatici singoli (incidenti, aggressioni, terremoti, diagnosi mediche) Traumi relazionali ripetuti (abbandoni, critiche costanti, trascuratezza affettiva) Disturbi d’ansia Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) Fobie e paure profonde Disturbi psicosomatici e blocchi emotivi Lutti complicati o separazioni dolorose

    Come funziona una seduta di EMDR?

    Dopo una fase iniziale di raccolta della storia e definizione del focus, si lavora su uno specifico ricordo o emozione disturbante. Durante la seduta:

    La persona visualizza il ricordo mentre viene guidata in una stimolazione bilaterale (es. movimenti oculari). Si osservano le reazioni emotive, cognitive e fisiche che emergono spontaneamente. Gradualmente, il ricordo si modifica, perde intensità e si collega a emozioni più adattive, come forza, consapevolezza, perdono o distacco.

    Il terapeuta accompagna con discrezione, senza forzare i tempi, lasciando che sia la mente stessa a lavorare.

    Cosa si prova dopo una seduta?

    Molte persone riferiscono un senso di alleggerimento, lucidità, rilascio emotivo. A volte, il ricordo disturbante non viene dimenticato, ma non fa più male come prima. Si integra nella propria storia, perde potere. Altri descrivono un senso di riorganizzazione interiore profonda.

    Perché scegliere l’EMDR?

    Perché non lavora solo sulla logica, ma su ciò che resta intrappolato nel corpo, nella memoria implicita, nelle emozioni non dette.

    Perché rispetta il ritmo interno e non richiede di “rivivere tutto”, ma di attraversare e trasformare.

    Perché ti restituisce potere sulla tua storia.

    Se senti che ci sono eventi che ancora ti pesano, emozioni che si riattivano senza un motivo chiaro o sintomi che parlano per te, forse la tua mente sta solo aspettando un modo più profondo per guarire.

    L’EMDR può essere una strada.

  • Quando tutto diventa troppo: il burnout femminile

    Nella vita di molte donne c’è un momento in cui la fatica non è più solo fisica, ma si insinua nei pensieri, negli umori, nella motivazione. Non è solo stanchezza. È come se ogni parte di sé – il corpo, la mente, le emozioni – iniziasse a dire “non ce la faccio più”. Questo stato ha un nome: burnout.

    Cos’è il burnout femminile?

    Il burnout è una condizione di esaurimento emotivo, mentale e fisico causato da stress cronico non gestito. Quando parliamo di burnout femminile, ci riferiamo a un’esperienza che spesso nasce dalla sovrapposizione di ruoli: madre, compagna, figlia, lavoratrice, caregiver, donna.

    Il carico mentale, il senso del dovere, la pressione a “tenere tutto insieme”, spesso senza chiedere aiuto, fanno sì che molte donne arrivino a un punto di rottura senza accorgersene.

    Come si manifesta?

    Perdita di motivazione e piacere anche in ciò che prima appassionava Sensazione costante di stanchezza e svuotamento Irritabilità, crisi di pianto improvvise o apatia Difficoltà a concentrarsi, senso di colpa e autosvalutazione Problemi del sonno o disturbi psicosomatici

    Perché colpisce così tante donne?

    Perché la società attribuisce ancora alla figura femminile il ruolo di “reggere il sistema”: in famiglia, sul lavoro, nella cura degli altri. E spesso le donne, abituate a “fare bene tutto”, non riconoscono i segnali d’allarme fino a quando non si sentono più sé stesse.

    Uscirne è possibile. Ma serve fermarsi.

    Il primo passo non è “fare di più”, ma fare spazio: ai propri bisogni, ai propri limiti, ai segnali del corpo e della mente. Non sei sbagliata. Sei solo esausta. E hai diritto di ripartire da te.

    In terapia lavoriamo su questo: riconnettersi alla propria voce interna, recuperare energie, ridefinire priorità e confini. Non è un lusso. È un atto di cura radicale.

    Hai letto qualcosa che ti rispecchia?

    Nel mio percorso “Ricomincia da Te”, accompagno le donne proprio in questo passaggio: dal burnout alla rinascita, con esercizi pratici, ascolto profondo e strumenti psicologici trasformativi.

    Contattami se vuoi saperne di più. Non sei sola.

    Prova il mini test autovalutativo sul burnout.

  • Benvenutə nel mio spazio online

    Mi chiamo Ilaria Pavoni, sono una psicologa e psicoterapeuta. Questo sito nasce dal desiderio di offrire un luogo sicuro, accogliente e autentico dove fermarsi, respirare e – se vuoi – ricominciare da te.

    Qui troverai:

    informazioni sui percorsi terapeutici individuali e di orientamento; prodotti digitali pensati per accompagnarti nei momenti di cambiamento, come corsi guidati, diari di riflessione e strumenti pratici; contenuti per riflettere, alleggerire e approfondire, anche attraverso piccole letture e racconti illustrati per bambini.

    Ogni progetto che troverai qui è nato da un’intuizione clinica, da un incontro umano o da una necessità personale. Non è un sito costruito per vendere, ma per incontrarsi. Se stai attraversando un momento difficile, se stai cercando strumenti per evolvere o semplicemente ti interessa il mondo della psicologia… sei nel posto giusto.

    Ti invito a esplorare con calma: ogni sezione del sito è pensata per accompagnarti, senza fretta, ma con profondità.

    A presto,

    Ilaria Pavoni

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